La città come bene comune per l’inclusione sociale

Il progetto La città come bene comune per l’inclusione sociale si inserisce all’interno del programma PNRR MUSA (Multilayered Urban Sustainability) e si configura come un progetto cross-spoke, coinvolgendo sia lo Spoke 1 (Rigenerazione urbana – La città di domani), guidato dalla Professoressa Sara Valaguzza, sia lo Spoke 6 (Innovazione per società sostenibili e inclusive), guidato dalla Professoressa Marilisa D’Amico. Il coordinamento scientifico del progetto è affidato alle Professoresse Sara Valaguzza e Barbara Randazzo, che ne sono co-referenti, presso il Dipartimento di Diritto Pubblico Italiano e Sovranazionale dell’Università degli Studi di Milano.

L’obiettivo centrale del progetto è sviluppare modelli di governance cittadina che concepiscano la città non solo come uno spazio economico e fisico, ma come un bene comune accessibile e gestito attraverso processi democratici e partecipativi, funzionale all’esercizio dei diritti fondamentali. La nozione di città come bene comune si radica, ad esempio, nella teoria di Henri Lefebvre sul diritto alla città, secondo cui gli abitanti devono poter partecipare attivamente alla costruzione e alla gestione degli spazi urbani, superando la tradizionale separazione tra il pubblico e il privato. La prospettiva pionieristica di Elinor Ostrom sui beni comuni offre inoltre ulteriori spunti per comprendere come strutturare modelli di governance partecipativa basati sul coinvolgimento diretto degli stakeholder locali e sull’equità.

Il progetto parte dall’esigenza di superare i limiti dei modelli di governance urbana attuali, che spesso trascurano le forme emergenti di vulnerabilità urbana riproducendo dinamiche di esclusione sociale. L’emergere di nuove forme di vulnerabilità è infatti una caratteristica strutturale delle città contemporanee, esposte a processi di globalizzazione, mutamenti economici, migrazioni e cambiamenti climatici. Questo fenomeno è amplificato dalla crisi dell’housing e dalla precarizzazione del mercato del lavoro, che spingono ampie fasce di popolazione verso forme di vulnerabilità abitativa e occupazionale. Sono tendenze che ampliano lo scarto fra essere e dover essere costituzionale, specialmente in relazione alla garanzia dei diritti fondamentali.

Una delle sfide principali che il progetto intende affrontare è quella di individuare e comprendere queste nuove forme di vulnerabilità urbana che i modelli di governance esistenti tendono a non cogliere. La letteratura sociologica e urbanistica ha messo in luce come la vulnerabilità urbana non sia più riconducibile esclusivamente a condizioni di povertà economica, ma coinvolga dinamiche complesse legate a dimensioni culturali, sociali, ambientali e di accesso ai servizi. Riconoscere questa complessità è essenziale per progettare strategie di governance urbana più efficaci e inclusive.

Il progetto si propone quindi di analizzare queste nuove forme di vulnerabilità, identificando gli stakeholder urbani ancora esclusi dai processi decisionali. L’inclusione di queste categorie nei processi decisionali è fondamentale per rendere la governance urbana più rappresentativa e per rispondere in modo più efficace alle esigenze del territorio, esprimendo quindi una dimensione cittadina più prossima al disegno costituzionale, che pone al suo centro la persona e il suo «pieno sviluppo» come valore in funzione del quale le strutture normative e organizzative devono essere orientate.

Un aspetto chiave dell’analisi è rappresentato dalla definizione di nuovi metodi di partecipazione urbana che siano in grado di coinvolgere attivamente questi stakeholder emarginati. La letteratura sulla democrazia deliberativa evidenzia che i processi di partecipazione diretta possono contribuire a ridurre le disuguaglianze sociali e a rafforzare il senso di appartenenza collettivo.

Il superamento della separazione tra pubblico e privato è uno degli elementi centrali dell’analisi. Il tutto, in consonanza con l’idea – che emerge chiaramente dalla Costituzione – per cui il discorso intorno alle libertà politiche e quello intorno ai diritti sociali stanno e cadono insieme, risultando inestricabilmente legati. Per converso, la governance urbana tradizionale ha spesso privilegiato logiche di mercato e di efficienza economica, trascurando le esigenze di inclusione sociale e di giustizia spaziale.Attraverso l’analisi comparata dei modelli di governance esistenti e la sperimentazione di nuove strategie di partecipazione, il progetto La città come bene comune si propone di definire un modello replicabile di governance urbana, capace di rispondere in modo efficace alle sfide poste dall’inclusione sociale, dalla sostenibilità ambientale e dall’equità.